Lo sfruttamento degli italiani   

I piccoli contadini del Sud sono sempre più costretti a vendere ai grandi proprietari, che spesso sono anche commercianti di agrumi. Non sono riusciti ad associarsi, a volte hanno provato a scaricare i propri problemi sulla manodopera straniera. Eppure italiani e migranti sono sfruttati allo stesso modo. Ma continuano a contrapporsi

Saro, lo chiameremo così, era un piccolo contadino di un paese sull’Etna. Ogni giorno osservava le sue arance rosse in primo piano e il vulcano sullo sfondo. Aveva pochi ettari coltivati ma ha venduto tutto. Non riusciva a sopravvivere.

healthy-fruits-morning-kitchen.jpg

6-prezzo-arance

Negli anni il prezzo delle arance è costantemente diminuito. Nonostante questo, sia con prezzi alti che con quelli bassi, le condizioni dei raccoglitori non sono cambiate. Nella stagione 2015, buona annata e prezzi alti, a raccogliere c’erano i bambini dell’Est. Nella successiva, pessima da tutti i punti di vista, i magrebini senza documenti. Anche Saro ha pensato di risparmiare con gli stranieri in nero, ma non è servito. Alla fine ha dovuto chiudere ugualmente.

Ogni annata è vincolata a condizioni meteo, malattie delle piante e altre variabili. Solo i grandi produttori possono assorbire le annate negative senza contraccolpi.

2016-5-op

Ma Saro ha anche le sue colpe. Non è riuscito a organizzarsi con gli altri, è rimasto diffidente. In Sicilia le organizzazioni dei produttori (OP) sono tantissime rispetto ai contadini e spesso sono direttamente controllate dai commercianti.

I nuovi feudi

Come gli altri contadini, ha venduto a un grande proprietario della zona, che ormai è diventato un vero feudatario. Poi ha iniziato a cercare un lavoro. Paradossalmente, ha trovato lavoro come facchino presso un grande commerciante.

cans-fuzzy-drinks.jpg

Qui ha subito ogni tipo di truffe e sfruttamento.

  • ha lavorato per un anno a 600 euro al mese. Trenta giorni al mese, senza sabati, domeniche o festività. Nessuno straordinario pagato. Fino a 12 o anche 14 ore di lavoro al giorno;
  • il contratto formalmente c’era ma in busta paga l’azienda segnava meno giornate di lavoro – 10-15 giorni al mese al massimo. Per raggiungere i 600 euro contrattuali veniva inserito un “premio di produttività” alla fine di ogni mese;
  • in questo modo non venivano maturate nemmeno le giornate necessarie al sussidio di disoccupazione;
  • il contratto nel caso in questione copriva 6/7 mesi di lavoro all’anno, da novembre a giugno; da luglio a ottobre era tutto completamente in nero, a 400 euro al mese.

La politica aziendale era “o ci stai o te ne vai”. Saro aveva bisogno di soldi e ha sempre accettato.

oranfrizer-5.jpg

Da dipendente, ha scoperto che sono infinite le forme di sfruttamento che le aziende si inventano.

Ci sono casi in cui i dipendenti regolarmente assunti prendono gli stipendi “a 90 giorni” come se fossero dei liberi professionisti.

Se il contratto prevede un importo inferiore ai 1000 euro è ancora più semplice: non essendoci obbligo di bonifico, le imprese dichiarano meno giornate lavorative e non pagano  i contributi.

I fantasmi

Ci sono anche casi di “aziende fantasma” in cui le assunzioni  hanno l’unico scopo di fare percepire ai “braccianti fantasma” l’indennità di disoccupazione. Soldi che poi ovviamente devono essere restituiti agli imprenditori.

Ecco una truffa esemplare recentemente scoperta: i promotori, tramite cinque aziende “fantasma”, hanno procurato agli “imprenditori” l’assunzione di 377 falsi braccianti nel periodo 2010-2013 per un totale di circa 66 mila giornate lavorative. Le somme percepite dai beneficiari dovevano poi essere restituite ai promotori della truffa a titolo di compenso per le false attestazioni effettuate. L’indagine ha permesso di accertare anche l’omessa dichiarazione di circa 28 milioni di euro di base imponibile e un’evasione Iva pari a oltre 2,4 milioni di euro.

Negli ultimi tempi è diventata persino una prassi per le aziende persino riprendersi il bonus Irpef introdotto da Renzi nel 2014 – 80 euro al mese.

Una prassi talmente consolidata, denuncia il sindacato, che per evitare che quei soldi finissero nelle tasche delle aziende, i lavoratori hanno sottoscritto dei moduli di rinuncia al bonus, richiedendone poi solo successivamente il conguaglio in sede di dichiarazione dei redditi.

Le cooperative senza terra

Il paradosso è che spesso il ricorso al lavoro nero sembra incentivato dal sistema dei sussidi di disoccupazione. È il caso delle “cooperative senza terra”, cooperative agricole che funzionano come agenzie interinali per i produttori e i commercianti di arance. Funziona così: i braccianti agricoli italiani che risultano assunti dalle cooperative sono formalmente in regola ma anziché per chi li ha assunti, lavorano al nero per altre aziende maturando al contempo le giornate contributive per il sussidio di disoccupazione. Al posto loro, nelle campagne di raccolta, le cooperative mandano braccianti stranieri, completamente in nero e pagati 30 centesimi a cassetta di arance raccolte. Totale: 10, 15 euro al giorno.

Un altro meccanismo è quello ricostruito dalla Guardia di Finanza di Catania insieme all’Inps di Palermo nel corso di un’operazione che nel 2013 ha portato a un ingente sequestro di beni per truffa all’Inps. Funzionava così: le cooperative fantasma presentavano all’Inps false documentazione fiscale e previdenziale che poteva provare i fittizi rapporti di lavoro. Una volta che i braccianti agricoli percepivano l’erogazione indebita, una parte della indennità veniva poi corrisposta agli otto indagati come una sorta di “compenso” dell’attività illecita.

Il lavoro italiano e quello migrante sono contrapposti? I fatti dicono di no. Le forme di sfruttamento riguardano tutti e non hanno colore.

Fonte: Adattamento da rapporto #FilieraSporca 2016
CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone