Succede che un frutto coltivato in Cina può arrivare in Italia e ripartire per l’Africa dopo l’inscatolamento, finendo per distruggere l’industria locale e intaccare la sovranità alimentare di un popolo, rendendolo schiavo delle importazioni. Tutto questo è possibile in un sistema di imprese sempre più grandi e rapaci, insensibili allo sfruttamento dei lavoratori, dell’ambiente e alla scarsa qualità dei prodotti. L’unica cosa che conta è abbattere i costi per vincere la competizione internazionale e conquistare nuovi mercati. A costo di calpestare i diritti umani, ammorbidire le norme a tutela dei consumatori e aggirare le convenzioni internazionali sul lavoro.

La lunga filiera del pomodoro è viziata da tutte queste spregevoli pratiche, le uniche possibili per vincere la corsa al profitto. Nel mercato mondiale si gioca duro, non c’è tempo per fare le regole. La produzione si sposta nei Paesi che ne hanno meno, dove i lavoratori sono pagati a cottimo e dove non conta se sei un bambino o un anziano. Basta avere due braccia per lavorare nei campi.

 

Sfruttamento: tutti a scuola dalla Cina

È così che la Cina, negli ultimi 15 anni, è diventata il primo produttore mondiale di pomodoro concentrato, passando da 7 a 50 milioni di tonnellate l’anno. Oggi coltiva il 30% del totale globale. Nello Xinjiang, dove non vi sono remore per il lavoro minorile, i piantatori vengono pagati 2 centesimi al metro e non raggiungono i 10 euro al giorno. Qui, i campi appartengono spesso ai trasformatori, le cui fabbriche sorgono poco lontano. Dopo la lavorazione inviano il triplo concentrato al porto di Tianjin, da cui partono i cargo alla volta dei mercati internazionali.

A governare la filiera cinese, tenendo sotto controllo quasi tutte le aziende di trasformazione e gli agricoltori, sono due  realtà: Chalkis e COFCO-Tunhe. Quest’ultima, braccio commerciale del governo di Pechino, vende ai contadini anche sementi e pesticidi. Gran parte del loro export prende la via del mercato africano, dopo un passaggio per la ritrasformazione in ditte cinesi, italiane o singaporeane.

Il meccanismo funziona perfettamente, garantendo guadagni stellari agli azionisti delle multinazionali che scambiano il pomodoro concentrato sul mercato globale. Chi ne paga le conseguenze sono i piccoli produttori, schiacciati dalla forza contrattuale delle corporation, i braccianti, sfruttati nei campi per un tozzo di pane, e il suolo stesso, impoverito dall’uso massiccio di prodotti chimici.

Ai consumatori viene offerto un prodotto di qualità sempre più standardizzata, ricavato da pomodori di varietà sempre più ridotte, seminati, raccolti e trasformati con macchinari e fabbriche uguali dappertutto.

 

Una truffa all’italiana

L’Italia gioca un ruolo da protagonista nella filiera del pomodoro. Nel nostro Paese, a causa delle maglie larghe della normativa sul traffico di perfezionamento attivo, il concentrato viene allungato con acqua e sale, confezionato e venduto in Africa come prodotto italiano. Le regole del traffico di perfezionamento attivo consentono infatti ad una azienda di importare materia prima senza dazi, trasformarla in loco e poi rivenderla inserendo il luogo di trasformazione come Paese d’origine, a patto che il prodotto venga esportato e non immesso nel mercato comunitario. Per il pomodoro, basta allungare il triplo concentrato cinese con acqua e sale per trasformarlo in prodotto italiano da commercializzare in Ghana o in Nigeria.

Anche la produzione italiana segue le regole del commercio globale. Sebbene la raccolta sia quasi totalmente meccanizzata, sussistono sacche di sfruttamento nei campi del sud Italia. In Puglia, nell’area della Capitanata, a 150 km dal salernitano, migliaia di braccianti locali e migranti vengono sfruttati per paghe da fame, vittime a volte del caporalato, per raccogliere il pomodoro venduto nei nostri supermercati. Nel foggiano, braccianti extracomunitari lavorano per 25 euro al giorno e vivono negli ormai celebri ghetti in condizioni di isolamento e di stenti.

L’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodoro, il primo in Europa. Il nostro Paese vale il 13% della produzione mondiale e il 48% del trasformato in UE, per un giro d’affari da 3 miliardi di euro l’anno. Soldi che finiscono nelle tasche delle grandi aziende della trasformazione e distribuzione, che impongono prezzi ridicoli per la materia prima e “costringono” i produttori a sfruttare i braccianti.

L’Africa è il continente che più ha subito questo flusso commerciale senza poter reagire. A partire da metà anni ’90, Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale hanno imposto l’abbattimento dei dazi, vincolando i prestiti agli Stati a politiche di liberalizzazione e privatizzazione, alla rimozione delle barriere commerciali e al taglio della spesa sociale. Nel frattempo, l’Unione Europea ha attivato cospicui sussidi all’export e alla produzione del pomodoro, che coprivano fino al 50% dei costi. Questo ha determinato un boom delle importazioni di tomato paste dal ’98 al 2003 (+650%) solo in Ghana (dati FAO). Nel 2007, quando la riforma della PAC ha ridotto i sussidi, era ormai troppo tardi: l’industria locale era stata spazzata via dal dumping europeo e cinese.

 

Garantire i diritti con la trasparenza

Ormai è perfino impossibile imporre un blocco delle importazioni per ricalibrare la sovranità alimentare: alcuni Paesi non producono più nulla a livello locale, ma sono vincolati alle importazioni. La via più opportuna passa per un approccio graduale, che conservi la sicurezza alimentare aumentando progressivamente la sovranità. Per questo Terra! conduce da anni la campagna #FilieraSporca, volta a denunciare le distorsioni di un sistema da riformare radicalmente. Nel nostro Paese, è necessario tracciare un percorso di trasparenza che passi per un’etichetta narrante, capace di raccontare al consumatore, passo dopo passo, l’intero processo di produzione dei beni alimentari. L’impegno dev’essere però accompagnato dalla spinta governativa per la reintroduzione dell’obbligo di indicare l’origine delle materie prime di tutti gli alimenti. Il Ministero dell’Agricoltura ha lavorato solo parzialmente in questa direzione. Entro il 2017 dovrebbe riuscire ad ottenere una deroga al regolamento europeo 1169/2011, reintroducendo l’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione in etichetta. Tuttavia, le nuove misure riguarderanno soltanto gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato interno, mentre la società civile e i consumatori avevano chiesto di conoscere anche la provenienza delle singole materie prime di un alimento. Chi li rappresenta non può sottrarsi alle richieste di trasparenza.

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