Se esiste un prodotto paradigmatico di tutte le storture, le assurdità e gli incalcolabili danni provocati dal commercio globale di cibo, questo è la soia. La produzione del legume più controverso del mondo si fonda su pratiche incompatibili con la tutela ambientale e la giustizia sociale, dalla deforestazione all’agricoltura intensiva, passando per il monopolio dei semi, l’uso incontrollato della chimica e della manipolazione genetica. Un sistema che poggia su queste basi deve andare a braccetto – per una stringente logica di necessità – con i meccanismi del commercio internazionale: standardizzazione e bassa qualità del prodotto, concentrazione del potere e del denaro nelle mani di poche corporation transnazionali.

 

Il business dei mangimi

L’espansione del modello è continua e progressiva, come dimostrano i dati. La produzione mondiale di soia è cresciuta dai 17 milioni di tonnellate del 1950 ai 250 milioni del 2015. A possedere i semi sono principalmente quattro multinazionali: Monsanto, Bayer, DuPont e Syngenta, che li vendono in abbinamento ai loro pesticidi ed erbicidi. La quasi totalità del raccolto diventa mangime geneticamente modificato per gli animali reclusi negli allevamenti intensivi. Ad oggi, 70 miliardi di animali l’anno vengono uccisi per l’alimentazione umana, soprattutto polli e maiali. I trend dicono che nel 2050 saranno 120 miliardi. Per far fronte alla crescente domanda, l’industria della carne assorbirà sempre più terreni agricoli: un terzo delle terre coltivabili sul pianeta dovrà produrre, alla metà del secolo, il mangime per gli animali allevati. Tutto ciò produce, a cascata, una serie di effetti disastrosi.

In Argentina, i contadini, schiacciati dalla concorrenza o intossicati dai pesticidi, hanno alzato bandiera bianca. La proprietà agraria si è concentrata in mano a pochi grandi player, mentre i piccoli hanno dovuto vendere o affittare la terra. Ora la semina si fa con le macchine, i pesticidi li spruzzano macchine o aeroplani (20 milioni di tonnellate l’anno – 5 litri ad abitante) e anche il raccolto è meccanizzato.

In Cina, dove il legume si coltivava da 5 mila anni, il governo ha deciso di abbattere i dazi di importazione, mandando fuori mercato i suoi produttori e l’industria di trasformazione. Grazie agli accordi bilaterali o multilaterali di libero scambio, proliferati a partire dagli anni ’90, oggi è più conveniente importare soia dal Brasile o dagli Stati Uniti che coltivarla in loco. Anche se ti trovi dall’altra parte del mondo.

 

Chi vince e chi perde

Rifornire mercati lontani migliaia di chilometri non è uno scherzo: servono imprese verticalmente integrate capaci di controllare i numerosi passaggi della filiera. Solo quattro, ad oggi, sono in grado di gestire il 75-90% del commercio mondiale di semi oleosi: Archer Daniel Midlands, Bunge, Cargill e Dreyfus (ABCD). Si tratta di aziende con fatturati a dieci zeri, capaci di determinare le politiche di intere nazioni e i prezzi globali del cibo.

Se, da una parte, il concentramento di gran parte dell’offerta globale in due sole nazioni ha arricchito all’inverosimile poche grandi multinazionali, dall’altra questo sistema genera ricadute nefaste, dinanzi alle quali non possiamo voltare la testa. È soprattutto per piantare la soia che, negli ultimi 40 anni, è stato disboscato il 20% dell’Amazzonia: 76 milioni di ettari, pari alla superficie di Italia e Spagna, sono stati strappati al polmone del pianeta.

L’accapparramento delle terre, in Brasile, avviene dietro violenze, intimidazioni, corruzione o con il cosiddetto grilagem, cioè la produzione di titoli fraudolenti. Prima i grileiros disboscano illegalmente, poi vendono la terra agli allevatori, che la cedono a loro volta ai produttori di soia dopo averla usata per il pascolo. È un sistema complesso, che sfugge ai controlli a causa delle enormi distanze che impediscono di monitorare il fenomeno, ma anche degli interessi in gioco. Chi tira le fila di questo business non si fa scrupoli a togliere di mezzo chiunque tenti di sbarrargli la strada. Secondo la ONG Global Witness, dal 2010 al 2015 in Brasile sono stati assassinati 207 attivisti ambientali (50 solo nel 2015, 504 dal 2002), in gran parte appartenenti alle popolazioni indigene cacciate dai loro territori. Cifre che ne fanno lo Stato più pericoloso al mondo per chi si oppone allo sfruttamento della terra.

 

Quali proposte per invertire la rotta?

All’opinione pubblica queste notizie giungono raramente, attutite dalla distanza geografica e spesso ignorate dai grandi media. È per questo che Terra! ha deciso di partire dalle potenti denunce contenute nel libro “I signori del cibo” per formulare alcune raccomandazioni, volte a imprimere un cambio di rotta a sistemi di produzione e consumo devastanti sul piano della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale. Il primo passo da compiere è quello verso un’etichettatura trasparente, che racconti ogni tappa del processo di produzione e permetta di risalire all’origine dei singoli componenti di un prodotto alimentare. Il governo italiano è chiamato ad agire su questo fronte con urgenza, ma anche a promuovere misure correttive capaci di limitare progressivamente le importazioni di soia ogm dal Sud America: ad esempio, è possibile investire in colture proteiche di origine mediterranea come favino, lupino o pisello, che rappresentano valide alternative. I consumatori, dal canto loro, possono fin d’ora dirigere i propri acquisti verso prodotti contenenti soia da agricoltura biologica.

 

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