Il processo di trasformazione del vivente in prodotti di largo consumo – le cosiddette commodities – è penetrato talmente a fondo nella cultura occidentale da generare un cortocircuito logico. Quando oggi pensiamo al tonno, per esempio, è raro che abbiamo in mente un maestoso pesce migratore. È invece molto più frequente, non solo tra i bambini, “ripescare” dall’oceano dell’immaginario la scatoletta di latta cilindrica esposta sugli scaffali del supermercato.

Proprio il tonno, infatti, incarna appieno le distorsioni generate dalla commodification. Nella gran parte dei casi, sulle confezioni non è segnalato il tipo di prodotto commercializzato. Si scrive genericamente “tonno”, fornendo solo le indicazioni obbligatorie per legge: il paese in cui la latta è stata fabbricata e la zona di pesca da cui proviene l’animale, nominata con il codice dell’area FAO, del tutto incomprensibile ai non addetti ai lavori. Non esistono più i tonni come animali distinti, con forme, dimensioni, cicli vitali e abitudini differenti. Esiste soltanto il concetto astratto di “tonno” come materia prima per prodotti di consumo, del tutto svincolata dall’ecosistema.

 

Un oceano senza vita

Lo slittamento semantico è stato possibile solo con l’industrializzazione della trasformazione e il commercio su larga scala di questo pesce, che oggi è gravemente minacciato dalla pesca intensiva (e spesso illegale) a tutte le latitudini. Se negli anni ’50 si pescavano 400 mila tonnellate di tonno l’anno in tutto il mondo, nel 2014 questa cifra è arrivata a 5,3 milioni. Si catturano pesci sempre più giovani e piccoli, che non hanno il tempo di crescere e riprodursi. E stanno rapidamente calando di numero.

Già nel 2003 la Fao lanciava l’allarme sul sovra-sfruttamento del tonno, chiedendo una moratoria sulla costruzione e l’impiego di nuovi pescherecci. Ma la raccomandazione non ha avuto esito. L’attuale sovraffollamento dei mari crea un circolo vizioso micidiale: più navi ci sono in giro e più pescano, più il prezzo della materia prima diminuisce sul mercato internazionale, costringendo gli industriali a pescare ancora di più per rientrare dei costi.

Oggi, tutti i territori in cui le specie di tonno tropicale vivono e migrano sono ormai sfruttati intensamente. Le grandi aziende macinano profitti a scapito delle piccole imprese e gli organismi di controllo non vigilano. Le cosiddette “Regional fisheries management organizations” (RFMO), organizzazioni regionali che dovrebbero monitorare lo stato degli stock e nel caso imporre quote, sono spesso inefficaci. L’Europa, dal canto suo, ha sostenuto la pesca intensiva con miliardi di sussidi pubblici alle imprese private, soprattutto spagnole. Dalla costruzione degli scafi al carburante, fino al pagamento delle licenze d’accesso alle acque di Paesi terzi, Bruxelles ha versato fiumi di denaro nelle casse degli armatori.

 

Un mercato fuori controllo

Il processo di commodification del tonno, che inizia con la pesca, prosegue lungo una catena che ha nella trasformazione il suo secondo anello. L’industria prende il pesce dalle proprie navi, da quelle di altre aziende o da società di brokeraggio. Alla lavorazione del pesce segue una doppia bollitura che ne elimina ogni sapore. Il gusto ben noto è ottenuto grazie agli additivi, che standardizzano il prodotto finalmente pronto per l’inscatolamento.

Per soddisfare la vera e propria mania di tonno che il mondo occidentale ha sviluppato, il terminale della filiera dev’essere una commercializzazione su scala internazionale. Il mercato globale del tonno è dominato da due player: la Thailandia e la Spagna. Gli spagnoli riescono ancora a competere perché il mercato europeo è protetto dalle esportazioni thailandesi, soggette a tariffe d’ingresso del 24 per cento. Ma l’UE ha cominciato a negoziare un trattato di libero scambio con il paese asiatico, che cambierebbe le carte in tavola abbattendo dazi e tariffe.

Nel corso degli ultimi 25 anni, la produzione della Thailandia – tutta destinata all’esportazione – ha conosciuto una crescita senza precedenti: grazie alla sua posizione strategica a cavallo tra l’Oceano Pacifico e l’Indiano, alla presenza di manodopera a basso costo e a una storia di rapporti d’affari con gli Stati Uniti, è riuscita a imporsi come primo produttore ed esportatore al mondo, pur non avendo una flotta peschiera. Oggi trasforma il 25 per cento del tonno globale. Le industrie thailandesi prendono la materia prima da chiunque, comprese navi filippine, indonesiane o cinesi spesso dedite alla pesca illegale. Le cronache raccontano di condizioni drammatiche sia sui battelli che nelle fabbriche di inscatolamento, con  immigrati trattati come schiavi che lavorano quindici ore al giorno, vengono picchiati e tenuti in prigionia dopo il sequestro dei passaporti.

Il più grande produttore al mondo di tonno in scatola è la Thai Union: fattura 4 miliardi di dollari, con l’obiettivo di raddoppiarli entro il 2020. Controlla il terzo marchio statunitense, Chicken of the Sea, e il gruppo europeo MW Brands, che comprende l’italiana Mareblu e viene utilizzato per esportare nel vecchio continente aggirando le barriere tariffarie.

Oltre alla Thai Union, gli altri grandi player del settore sono gli italiani di Bolton alimentare e i coreani di Dongwon. Bolton è l’unica delle tre a non essere quotata in borsa, mentre in Thai Union investe perfino Mitsubishi.

 

L’arma della trasparenza

Tutto ciò dà il segno di come sempre più la produzione di cibo sia in capo a soggetti che nulla vi hanno a che fare. A questo proposito, Terra! si batte da anni per l’etichettatura trasparente di tutti i prodotti alimentari, che racconti ogni tappa del processo di produzione. Sarebbe un passo importante, ma dev’essere accompagnato da un impegno del governo più ambizioso di quello mostrato di recente. La promessa di reintrodurre l’obbligo per le aziende di indicare lo stabilimento di produzione in etichetta è un fatto positivo. Almeno per i prodotti italiani, verrà emendato il regolamento 1169/2011 del Parlamento Europeo che aveva abolito il vincolo. Tuttavia, le misure riguarderanno soltanto gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato interno, dimenticando di rendere tassativa l’indicazione di origine delle materie prime. Senza quest’ultimo passaggio, almeno per il made in Italy, il provvedimento è insufficiente e non rispecchia le richieste del 96,5% dei 26.547 cittadini italiani che hanno risposto alla consultazione on line sul tema nel 2014/2015. Spetta a noi pretendere un’azione più ambiziosa e rivolta alla tutela del lavoro, dell’ambiente e dei diritti dei consumatori.

 

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