Le filiere

Maiale: la catena di smontaggio dei corpi

Se vi capiterà nella vita di passare nei pressi di un allevamento intensivo di maiali, non lo dimenticherete mai. Il fetore insopportabile emanato da immensi laghi violacei di deiezioni vi resterà incollato alla mente, così come quei capannoni grigi e lugubri sullo sfondo. Non hanno niente a che vedere con le fattorie delle pubblicità: somigliano piuttosto a fabbriche. E in effetti lo sono. Qui si “coltivano” miliardi di maiali ogni anno, in tutto il mondo. Vengono rinchiusi per tutta la loro breve esistenza in luoghi angusti e bui, dove una sola cosa è permessa: mangiare, per ingrassare ed essere mangiati. [CONTINUA]

Soia: il modello dell’insostenibilità

Se esiste un prodotto paradigmatico di tutte le storture, le assurdità e gli incalcolabili danni provocati dal commercio globale di cibo, questo è la soia. La produzione del legume più controverso del mondo si fonda su pratiche incompatibili con la tutela ambientale e la giustizia sociale, dalla deforestazione all’agricoltura intensiva, passando per il monopolio dei semi, l’uso incontrollato della chimica e della manipolazione genetica. Un sistema che poggia su queste basi deve andare a braccetto – per una stringente logica di necessità – con i meccanismi del commercio internazionale: standardizzazione e bassa qualità del prodotto, concentrazione del potere e del denaro nelle mani di poche corporation transnazionali. [CONTINUA]

Tonno: fermiamo i razziatori del mare

Il processo di trasformazione del vivente in prodotti di largo consumo – le cosiddette commodities – è penetrato talmente a fondo nella cultura occidentale da generare un cortocircuito logico. Quando oggi pensiamo al tonno, per esempio, è raro che abbiamo in mente un maestoso pesce migratore. È invece molto più frequente, non solo tra i bambini, “ripescare” dall’oceano dell’immaginario la scatoletta di latta cilindrica esposta sugli scaffali del supermercato. [CONTINUA]

Pomodoro: l’odissea dell’oro rosso

Succede che un frutto coltivato in Cina può arrivare in Italia e ripartire per l’Africa dopo l’inscatolamento, finendo per distruggere l’industria locale e intaccare la sovranità alimentare di un popolo, rendendolo schiavo delle importazioni. Tutto questo è possibile in un sistema di imprese sempre più grandi e rapaci, insensibili allo sfruttamento dei lavoratori, dell’ambiente e alla scarsa qualità dei prodotti. L’unica cosa che conta è abbattere i costi per vincere la competizione internazionale e conquistare nuovi mercati. A costo di calpestare i diritti umani, ammorbidire le norme a tutela dei consumatori e aggirare le convenzioni internazionali sul lavoro. [CONTINUA]