Se vi capiterà nella vita di passare nei pressi di un allevamento intensivo di maiali, non lo dimenticherete mai. Il fetore insopportabile emanato da immensi laghi violacei di deiezioni vi resterà incollato alla mente, così come quei capannoni grigi e lugubri sullo sfondo. Non hanno niente a che vedere con le fattorie delle pubblicità: somigliano piuttosto a fabbriche. E in effetti lo sono. Qui si “coltivano” miliardi di maiali ogni anno, in tutto il mondo. Vengono rinchiusi per tutta la loro breve esistenza in luoghi angusti e bui, dove una sola cosa è permessa: mangiare, per ingrassare ed essere mangiati.

 

Carne in schiavitù

L’allevamento intensivo o CAFO – Concentrated Animal Feeding Operations – è nato negli Stati Uniti nel dopoguerra, per rispondere a un calcolo economico: ottenere la massima quantità di carne con il minimo costo possibile. Standardizzazione, omologazione e sfruttamento sono soltanto tre dei molti effetti negativi  che questo modello di produzione porta con sé. Ad essi si aggiungono l’inquinamento dell’aria, della terra e delle falde acquifere sottostanti le lagune di escrementi. Negli ultimi vent’anni, tuttavia, il CAFO si è diffuso prepotentemente anche in Cina, dove oggi si allevano 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti. Le specie sono sempre più selezionate geneticamente e gli esemplari vengono nutriti con antibiotici e ormoni della crescita, per accelerarne lo sviluppo ed evitare quanto più possibile le epidemie.

Per accogliere miliardi di animali servono mattatoi immensi, vere e proprie “catene di smontaggio” dei corpi. Quando esce da questi edifici, l’animale è ridotto a carne, fresca o trasformata. Adesso può imboccare i mille rivoli della distribuzione, che sfociano non solo nel mercato locale, ma sempre più in quelli internazionali.

 

Un mercato in espansione

La Cina non guarda ancora alle esportazioni, è concentrata sul mercato interno. Ma anche se l’import vale appena l’1% del fabbisogno, corrisponde al 12% del commercio mondiale e potrebbe crescere in futuro. Già oggi, il dragone ha nella pancia le più grandi imprese del mondo nel settore. Shuanghui, numero uno nella produzione mondiale, ha acquisito per la bellezza di 7,1 miliardi l’americana Smithfield, fino a quel momento secondo player del mercato.

In questo gioco, l’economia e la geopolitica arrivano a fondersi: chi domina il mercato detta le regole, gli standard e determina i prezzi. Con effetti ben immaginabili. La concentrazione della produzione ha spopolato le campagne cinesi: 250 milioni di contadini hanno migrato verso le città negli ultimi 20 anni. Negli Stati Uniti, quasi tutte le aziende zootecniche a conduzione familiare sono controllate dalle multinazionali. L’industria del cibo verticalmente integrata diventa un business redditizio per la grande finanza, che investe pesantemente in questo settore, forte delle previsioni di aumento della popolazione. Tra i grossi gruppi entrati nel commercio di cibo spiccano nomi che nulla hanno a che fare con l’agroalimentare, come Mitsubishi, Goldman Sachs, Deutsche Bank.

La finanziarizzazione del cibo crea regimi di monopolio o di oligopolio per orientare i gusti dei consumatori verso prodotti a basso costo e di scarsa qualità. Al contempo, il lavoro nelle catene di montaggio o nei mattatoi viene svolto da personale sempre meno qualificato, sfruttando la manodopera a buon mercato offerta dagli immigrati. Negli Stati Uniti come in Italia.

 

La via d’uscita

In un mondo così complesso e inafferrabile, cosa resta ai consumatori impoveriti, sempre più spesso indotti ad acquistare cibo a basso costo, ottenuto da filiere lunghe e insostenibili? I margini di manovra esistono, e passano per la conoscenza: il primo passo da compiere, dunque, è quello verso un’etichettatura trasparente di tutti i prodotti alimentari, che racconti ogni tappa del processo di produzione. Il nostro governo ha promesso di reintrodurre l’obbligo per le aziende di indicare lo stabilimento di produzione in etichetta, un obbligo che il regolamento 1169/2011 del Parlamento Europeo aveva abolito. Tuttavia, i decreti annunciati riguardano soltanto gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato interno, e dimenticano di rendere tassativa l’indicazione di origine delle materie prime. Senza quest’ultimo passaggio, almeno per il made in Italy, il provvedimento è insufficiente e i cittadini hanno il diritto di chiedere maggiore ambizione.

 

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